Il pranzo della domenica dalle donne di Cà Versa

Che io sia una ragazza di campagna -e sia orgogliosa di esserlo- è cosa nota, e assecondando la mia natura che bussa alla porta ad ogni cena “pettinata” e locale minimal tutto bianco-acciaio-lucido-non si tocca, finisco inevitabilmente per innamorarmi di casali e cascine diventati agriturismi. Quando hanno una storia di passione, che profuma di terra, poi, è fatta: il nostro amore durerà per sempre. Un giorno apro Instagram, come faccio di consueto dopo il caffè e la rassegna stampa, e trovo Vally, una mia coetanea tutta sorrisoni, che con i suoi stivali di gomma va a dare il becchime alle galline e a parlare al rabarbaro affinché cresca bene. Controllo dove sta: Cà Versa, Santa Maria della Versa (PV). Ma dai, penso, siamo anche vicine, ero qui ieri. Ci seguiamo, ci piacciamo. Io sbircio ciò che fa lei, Vally legge ciò che scrivo io. Ad un certo punto esce allo scoperto: vieni a trovarmi a Cà Versa, l’agriturismo che gestisco con mia sorella e mia mamma. Suona come una dichiarazione d’affetto, di regalo pensato, e io accetto con grande piacere.

Arriva la domenica e a Cà Versa mi aspettano. Dopo qualche curva incastonata tra i vigneti, sono giunta a destinazione, al casale di Vally. Varcata la porta si entra in un mondo che profuma di pane impastato a mano, di ravioli della nonna, di casa. C’è il camino acceso perché la primavera fa i capricci e non si decide; ci sono due divani a fiori in cui decido di affondare per staccare la spina e guardarmi attorno. In un bellissimo angolo ritrovo i vasetti che Vally ha sempre mostrato con orgoglio: conserve, verdure dell’orto sottolio, marmellate, tutto rigorosamente fatto dalle tre donne di Cà Versa, le anime che regnano in cucina. La domenica c’è bisogno di sentirsi a casa, anche fuori casa, e qui tutto questo è naturale.

Il pranzo può iniziare e subito vengo rapita dal cestino del pane fatto in casa alla zucca, alle olive, al barbera e noci (ne avrei portato a casa un filone intero di questo), che accompagnava i salumi tipici e le verdurine dei loro orti. E poi quei ravioli, così buoni e genuini che in un attimo ti rivedi nel tinello della nonna Emilia che faceva rosolare il burro del nonno Giuseppe. La cucina è genuina, tradizione con virate di sperimentazione sensata, bontà. Non potevo andarmene senza portare a casa qualche vasetto: salsa di topinambur con radicchio trevigiano, cavolfiori e peperoni sottolio con maggiorana, salsa di cavolo nero e rucola e la confettura extra di fichi con lime e amaretti, il mio bottino.

Ogni week end un menù diverso a seconda della stagionalità delle materie prime (QUI per vedere le proposte).

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