Di storie di campagna, Moscato e Asti Docg

Da piccolina attendevo in trepidante attesa il periodo della vendemmia. A casa mia c’era gran fermento (non solo di uve) e i ruoli venivano stabiliti in largo anticipo. Erano un po’ sempre gli stessi: il nonno e lo zio pigiavano, mio padre imbottigliava dalle botti in vetroresina che per l’occasione venivano portare fuori dalla cantina e messe sotto il portico. Io, aiutata dalla nonna, spingevo la leva del marchingegno rudimentale che infilava i tappi di sughero. Il mio rapporto con il vino da ragazzina si è interrotto; un amore che ha ripreso forza e vigore solo da qualche anno, da quando ho trovato sul mio cammino -godereccio, ma professionale prima di tutto- viticoltori, esperti, appassionati che me lo hanno fatto scoprire quel quid in più che mi ha coinvolta.

Partiamo da un dato di fatto: sono una da rosso, fatta eccezione per le bollicine e per il Moscato. Sì, quest’ultimo a casa mia scorreva come gazzosa. E’ il vino delle donne, della campagna, della merenda, diceva mio nonno. Ma come…? Che sia femminile perché dolce, profumato e fresco, lo comprendo, ma perché associarlo alla campagna, e alla merenda? L’ho sempre sorseggiato con le crostate, o i cannoncini alla crema delle ricorrenze. Non ho approfondito, andava bene così, a quel tempo. Durante la mia breve ma frizzante esperienza al Vinitaly 2019 ho capito tutto. Momento amarcord: mi è stato raccontato dagli amici del Consorzio di tutela Asti DOCG che il Moscato veniva bevuto proprio in campagna, durante la sosta dei contadini che accompagnavano pane e salame con il dissetante bianco aromatico.

Un vitigno nobilissimo, quello dell’Asti, da cui derivano bollicine inconfondibili per essenze e profumi, abbarbicato sui colli di Langa e Monferrato più scoscesi e impervi. Un vino unico nato sia in grandi aziende, ma anche da piccoli produttori. 4000 viticoltori nei territori dei 52 Comuni delle province di Asti, Alessandria e Cuneo compresi nel disciplinare della Docg, con una produzione di quasi 90 milioni di bottiglie e esportazioni in tutto il mondo. Sì, perché se esiste un vino conosciuto un po’ dappertutto, quello è proprio il Moscato. Anche Asti Secco, e Asti Dolce Docg, certo, ma il glamour ritrovato del Moscato mi appassiona. E poi vogliamo parlare delle Cattedrali Sotterranee di Canelli, che custodiscono i migliori cru dei vigneti di Langa, Monferrato e Roero, patrimonio Unesco? Tappa da non perdere in un tour da programmare al più presto.

Ah, abbiamo fatto anche un gioco per “nasi allenati”: cercare note, sentori e profumi nei calici di Moscato, Asti Dolce e Asti Secco Docg. Qualcosa ho preso, certo non l’intero bouquet. Ad esempio il Moscato ha un intenso aroma muschiato dell’uva da cui è vinificato, e un sapore delicato che ricorda il glicine e il tiglio, la pesca e l’albicocca con sentori di salvia, limone e fiori d’arancio.

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