Trento Doc: bollicine vista Dolomiti

C’è un posto in questo Belpaese dove non mi stanco mai di tornare: è il Trentino. Una terra dove colori, forme e profumi si mescolano per farti stare bene. Per decomprimere dalle fatiche mentali, più che fisiche. Se a questo si aggiungono le bollicine, non c’è che dire: pace dei sensi raggiunta. Dal mio tour con Trento Doc, e dalla visita delle tante cantine da Trento alla Val di Cembra, ho portato a casa due consapevolezze (oltre al fioretto di non toccare vino per almeno una settimana): quando c’è continuità tra il vecchio mestiere e le nuove spinte generazionali, i risultati sono tutti nella bottiglia; mi piace quasi di più ciò che c’è attorno al vino, da raccontare, che i tecnicismi in sé riferiti a lieviti, perlage, remuage e tutte quelle parole da fine conoscitore che terminano in -age. La mia esperienza inizia dal colosso del metodo classico sul territorio: Ferrari, Cantina dell’anno 2019 per Gambero Rosso. Inizia tutto nel 1902 con Giulio Ferrari e una piccola cantinetta nel centro della città di Trento. Lui ebbe l’idea lungimirante, lanciò la sfida: portare in Italia lo Chardonnay e produrre bollicine che non avessero nulla da invidiare allo Champagne. Dopo 50 anni, le redini di Cantine Ferrari passarono nelle mani della famiglia Lunelli, ancora a capo dell’impero di bollicine trentine con la terza generazione: Marcello, Matteo, Camilla e Alessandro fanno bene il loro lavoro, conoscono la materia del vino e la divulgano senza alcuna spocchia. Ti prendono per mano e ti fanno entrare in famiglia. Le cantine sono un meraviglioso dedalo scuro di pareti colme di bottiglie dal pavimento al soffitto. “Si fa tutto manualmente”. E non è una perdita di tempo. Ho scoperto che le bollicine Ferrari piacciono alla Regina Elisabetta, che hanno celebrato brindisi famosi come quelli degli Emmy Awards: uno stile tutto italiano, insomma.

Cose belle: Villa Margon, residenza estiva della prima metà del 500, di proprietà della famiglia Lunelli e punto di partenza delle esperienze dedicate ai visitatori. Tra i Percorsi del Bello e del Buono, il Veranda: tour delle cantine Ferrari con assaggio guidato di Ferrari Perlé Trentodoc, con pranzo o cena presso Locanda Margon in Veranda (in cucina le due stelle Michelin di Alfio Ghezzi) e visita a Villa Margon.

Cose buone. Nel bicchiere: Giulio Ferrari Riserva del Fondatore (22 volte premiato con 3 bicchieri Gambero Rosso); Ferrari Perlè Rosè Riserva 2013 -Trentodoc; Ferrari Maximum Demi Sec, Trentodoc. Nel piatto: una godereccia pasta al tonno 2.0 firmata da Alfio Ghezzi Chiocciole Monograno Felicetti, salsa di Trentingrana, Ferrari Brut, Tonno e Caffè.

Dopo aver degustato in autonomia 53 etichette Trento Doc a completa disposizione dei nostri palati assetati nelle bellissime sale di Palazzo Roccabruna, a Trento, siamo saliti in quel luogo ameno fatto di vigne e biciclette nelle Cantine Moser. Qui, sotto il sole cocente e con il mio vestitone grembiule da Casa nella Prateria, ho scattato qualche foto da vera #influcerdicampagna. L’occasione era ghiotta: non potevo lasciarmi sfuggire il set naturale. Ma torniamo al focus: i vini territoriali Trento DOC sono prodotti con uve Chardonnay e Pinot Nero provenienti da vigneti che raggiungono una quota di 650 metri,  sulle colline di Trento e nella Valle di Cembra, vinificati nella cantina di Maso Warth a Gardolo di Mezzo.

Cose Belle. Si degusta guardandosi attorno: trofei, biciclette, maglie rosa, gigantografie da campione accompagnano la bevuta nel piccolo museo della bicicletta dedicato ai successi di Francesco Moser.

Cose Buone. Nel bicchiere: Moser 51,151 (dal record del mondo di Francesco Moser, Città del Messico 1984) spumante metodo classico Trentodoc di punta della cantina; Moser Rosè Extra Brut.

Proseguendo con il tour enogastronomico in terra trentina ho capito che i giovani che portano avanti le attività di famiglia (probabilmente avviate dai bisnonni) strizzano l’occhio ai nuovi mezzi di comunicazione, sapendo bene che, nonostante siano i vini a parlare per primi, serva anche costruire un’immagine che funzioni attorno alla bottiglia. Ne è un esempio Revì, azienda che produce unicamente Trentodoc dalla beva elegante, che ci ha accolti sotto le pergole per farci provare l’esperienza della sboccatura a la volée da condividere con fierezza (per chi non ha sprecato mezza bottiglia, chiaramente) su Instagram. Dopo aver visitato decine di cantine “classiche”, quella sott’acqua mi mancava. L’idea è venuta ad Andrea e Giorgi Romanese, due fratelli di Levico Terme, perla da cartolina della Valsugana, che hanno pensato bene di utilizzare i fondali del lago di Levico come luogo perfetto in cui far riposare le loro bottiglie di spumante Trentodoc dosaggio zero. Laggiù, a 20 metri di profondità ad una temperatura costante di 6-8 gradi, ci sono due gabbie che custodiscono 1016 bottiglie. Siamo saliti in barca, il tramonto ci stava per regalare l’agognato ristoro dopo ore trascorse al sole. Abbiamo raggiunto il versante nord del lago, due sub ci hanno consegnato due reti di vino che abbiamo sorseggiato piacevolmente ascoltando le storie di vita già densa dei due giovani fratelli Romanese. Mi sono commossa, ho distratto lo sguardo più volte: sono emotivamente sensibile, poi con tutte quelle bollicine è un attimo.

Cose Belle. Il giro in barca sul Lago di Levico in compagnia di Cantina Romaese, e la Sboccatura a la volèe con Cantina Revì. Cose Buone. Nel bicchiere: Lagorai Dosaggio Zero Romanese, coltivato alle pendici della catena del Lagorai e affinato oltre 500 giorni sui fondali del Lago di Levico terme ad una profondità di 20 mt; Trento Extra Brut Doc “Paladino” Cantina Revì.

Lasciata la Valle dell’Adige e la Valsugana, abbiamo raggiunto la Val di Cembra. Vista dall’alto sembra un immenso lenzuolo verde, di tante sfumature, bordato con il pizzo bianco dei muretti a secco che la attraversano. Sono più di 700 chilometri, questi muretti necessari per coltivare la vite in altura. Qui nascono i vini Trentodoc di Cesarini Sforza, produttori dal 1974, certificati biologico, buoni da ricordarseli nonostante i tanti “cin” fatti. Tutto merito del clima e dell’ecosistema: dalle vette più elevate con clima alpino a quello mediterraneo dei pendii più dolci mitigati dall’Ora del Garda, a quello continentale di fondo valle, tutto si ritrova nel bicchiere. Cose Buone: Aquila Reale, il Cru di Cesarini Sforza, spumante 100% Chardonnay elegante e potente.

E per il brindisi finale abbiamo puntato in alto. Molto in alto. Da Canazei a Col dei Rossi, circondati dallo spettacolo delle Dolomiti, la cena preparata dagli chef della Val di Fassa ci è stata servita all’interno delle cabine panoramiche della funivia. Chef per Aria, questo il format dell’esclusiva cena “saliscendi” fino alla vetta dei 2376 metri, è un’esperienza incredibile che mi sento di consigliare vivamente.

 

 

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