Al Ronchettino, la cucina milanese di una volta è servita

 

Una prevista domenica piovosa, l’arrivo del tram numero 15 dal Duomo di Milano al capolinea di Gratosoglio, e uno squarcio di meraviglia tra il grigio dei palazzoni popolari della periferia. Un po’ ti stupisce ancor prima di vacare la soglia, Il Ronchettino, antica osteria milanese ricavata all’interno di una cascina del ‘600 che, complice l’autunno inoltrato, ha indossato un vestito di foglie infuocate che mi ha fatto battere il cuore. E poi le lucine tra le grate delle finestre; gli scuri in legno come quelli della mia cascina di famiglia; il grande giardino sotto il fienile con i salottini in ferro battuto che attendono pazienti l’arrivo delle prossime primavere. Varcata la soglia si è catapultati in un tripudio elegante di paralumi, credenze d’antan, gingilli da perfetto corredo country chic, che arredano le sale accoglienti e famigliari, già addobbate a festa.

Qui, Milano è nel piatto. La cucina del Ronchettino è senza dubbio quella milanese di una volta, i piatti del menù sono quelli che la nonna imbastiva con maestria nella sua cucina. Certo, lei li avrebbe presentati più “alla buona”, e il suo risotto sarebbe stato semplicemente “giallo”, o con l’Oss Büs, in un’unica versione possibile e buonissima. Oggi lo chef  Simone Zanon propone tre varianti sul tema Risotto alla Milanese: con ossobuco di vitello e salsa gremolada, con rognone trifolato, e con midollo arrosto. E uno spaghetto interessante condito con trippa e tartufo, volendo.

Ma facciamo un passo indietro, per iniziare è bello condividere gli antipasti della tradizione: Mondeghilli in versione mignon, al sugo o fritti (com’era quella faccenda delle ciliegie…? Una tira l’altra anche per le polpette.); Fritto alla milanese (sì, ci sono anche le cervella); Nervetti tiepidi con fagioli e cipolla, un vero amarcord con relativo tuffo nel tinello della nonna per me, e per i giovani proprietari del Ronchettino che hanno voluto portare il meglio del ricettario di famiglia in tavola. E poi arriva lei, la Cotoletta di vitello con l’osso, “formato imperiale”, fritta nel burro chiarificato. L’orecchia di elefante più maestosa che mi sia mai stata servita: 800 grammi, da condividere almeno in quattro. Se la sfida risulta impossibile, poi, c’è sempre la schiscetta da portare in ufficio l’indomani (da far assaggiare solo ai colleghi simpatici). Gli amanti della Cassoeula con tutti i sacri crismi tengano d’occhio i fuori carta autunnali: potrebbe palesarsi in tutta la sua rustica bontà. Interessante la carta dei vini, raccontati con passione dal sommerlier, che contempla una bella vetrina di etichette iconiche ed outsiders ricercati.

Cucina: Tipica milanese, con proposte lombarde;

Ambiente: country chic, informale ed accogliente;

Conto: da 50 euro a persona.

 

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